Napoli, la grande bellezza di un secondo posto eccezionale veramente (Sole24Ore)

C’è chi ha vinto più di tutti in Italia, chi ha alzato più trofei in Europa, chi ha fatto il triplete. Poi c’è chi ha vinto la Coppa Italia dalla serie B, chi ha avuto il capocannoniere con il record di gol in Serie A nell’anno in cui ha fatto il record di gol, chi molto più semplicemente ha avuto come capitano il miglior giocatore di tutti i tempi. Napoli, che vi piaccia o meno, in Italia ha sempre rappresentato un’eccezione. Forse per questo vincere, a Napoli, non è mai stata la regola. Al contrario: ha sempre avuto qualcosa di eccezionale. Valeva ai tempi di Clerici come a quelli di Maradona. Vale ai tempi di Sarri che forse stanno per finire.

L’eccezione di Napoli
«Anche quest’anno vincete l’anno prossimo», ironizzano gli juventini delle province campane, riprendendo uno sfottò che negli anni d’oro metteva pepe sul derby Milan-Inter. Eppure sbagliano bersaglio: a Napoli, nel calcio e non solo, non è mai «quello che fai», ma «come lo fai». E Maurizio Sarri, in tre anni senza neanche un titolo vinto, lo ha fatto in maniera straordinaria. Ultima «eccezione» collezionata dall’allenatore toscano, quegli 88 punti che (finora) rappresentano il record del club azzurro nella massima serie a 20 squadre e il miglior secondo posto di sempre. Certo, qualcuno sotto il Vesuvio mastica amaro perché, in un’altra annata, quegli stessi 88 punti potevano valere lo scudetto e la storia non si ricorda mai di chi arriva secondo. Ma anche no: prendiamo l’Ungheria di Puskás vicecampione del mondo nel ’54, l’Olanda del calcio totale seconda ai mondiali del ’74 e del ’78 e il Napoli di Vinicio secondo nel ’75 sempre dietro la Juventus, ma primo in Italia a importare il gioco a zona all’olandese. Come direbbe Mourinho, «zero tituli». Eppure quanta letteratura, quanto cinema, quanta arte hanno ispirato.

La «grande bellezza» del sarrismo
La categoria da tirare in ballo, quando si parla del Napoli di Sarri, è infatti proprio l’estetica. Il 4-3-3 col «tiki taka vertical» visto al San Paolo suona un po’ come l’applicazione al rettangolo di gioco de La grande bellezza cara al regista Paolo Sorrentino, guarda caso napoletano e grande tifoso partenopeo. Qualcosa di ipnotico, conturbante, perfino metafisico, per questo non necessariamente concreto. La grande bellezza ma anche La grande illusione (sempre per restare in territorio cinematografico) che il collettivo possa sovvertire La regola del gioco antica e implacabile in base alla quale chi ha più mezzi, alla fine, arriva primo. Sarri ha creduto ostinatamente nel suo gioco, anche più di quanto fosse lecito. Non aveva la rosa «profonda» della Juventus, certo, ma ha caricato tutto il peso della sfida sugli stessi 13/16 uomini.

Tutti gli uomini del «Comandante»
Davanti alla porta difesa da Reina, la linea difensiva composta da Hysaj, Albiol, Koulibaly e Mario Rui, quest’ultimo «sdoganato» dal doppio infortunio di Ghoulam, senza il quale forse avremmo visto un altro campionato. A centrocampo il motorino Allan, il regista Jorginho, la staffetta Hamsik/Zielinski, in panchina ancora Rog e Diawara che avrebbero meritato qualche chance in più. Davanti il trio dei miracoli: Callejon, Mertens, Insigne. Ai margini Milik, fiaccato da un altro grave infortunio a inizio anno. Anche qui: considerando l’organico non proprio straripante del Napoli, viene da chiedersi come mai non si sia trovato spazio per gente come Maksimović, Giaccherini e Pavoletti, finiti altrove, o Ounas e Machach, oggetti misteriori tenuti in frigorifero. Non erano all’altezza del progetto del «Comandante» Sarri o è il sarrismo stesso a prevedere il bando totale del turnover?

La fronda contro De Laurentiis
Questioni accademiche nel momento in cui la corsa al titolo si è chiusa con una giornata d’anticipo e Sarri è chiamato a confrontarsi sul proprio futuro con il presidente Aurelio De Laurentiis. Ha un contratto che scade nel 2020 ma potrebbe liberarsi dietro pagamento di una clausola di 8 milioni. Dietro l’angolo c’è il Chelsea di Roman Abramovič che, quando vuole, può. A qualsiasi prezzo. Che la rivoluzione sarrista sia davvero al capolinea? In città lo temono in parecchi, quant’è vero che ogni giorno conta nuovi iscritti il partito anti-De Laurentiis, accusato di cedere uno dopo l’altro i pezzi pregiati (Lavezzi, Cavani, Higuain) e condannare il club al destino di imbarcazione di piccolo cabotaggio, secondo dietro la corazzata bianconera. «Incassa i soldi della qualificazione in Champions, risparmia i premi campionato, non reinveste quello che gli entra», dicono. Gioverebbe ricordare che il produttore cinematografico della grande bellezza calcistica ha rilevato il Napoli nel 2004 dal fallimento, è ripartito dalla C e tiene gli azzurri stabilmente nelle prime 20 posizioni del ranking Uefa. Il tutto provando a tenere il più possibile i suoi uomini lontani dall’«anima rapace» della città. Qualcosa di molto diverso dalla parabola del dopo Ferlaino. A proposito: l’Ingegnere che costruì il Napoli di Maradona vinse il primo scudetto dopo 18 anni di gestione. De Laurentiis è arrivato solo 14 anni fa. Dategli altri quattro anni di tempo poi, se non vince, lo contesterete. Consapevoli che, in caso di vittoria, sarebbe una cosa veramente eccezionale. O, per restare in territorio cinematografico ma anche calcistico, Eccezzziunale… veramente.

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